Estratto dall’inserto dell’Ora della Sera del 19 settembre del 2026 dedicata alla festa patronale.
Che i salernitani fossero avvezzi alla tempesta era cosa già risaputa.
La stessa città fu eretta da Sem “figlio di quel gran nocchiero di Noè” - che come ben raccontò Pinto - ebbe il merito di saper navigare sul naufragio dell’umanità. La fondazione storica fu egualmente figlia del tumulto: Roma scelse di edificare su quel colle del Buongiorno un presidio che tenesse sott’occhio i rombi di tuono che insistevano a oriente sulle piane ora Picentine.
Sarà per questo e pochi altri motivi che l’evangelista Matteo scelse queste scenografiche modalità per presentarsi ai salernitani.
Quale fu l’omerico viaggio delle spoglie dell’evangelista che morì un 21 settembre in terra Etiope è ancora avventura incerta. La leggenda vacilla tra le terre bretoni e arrivano al sogno di una donna, Pelagia, che su stessa indicazione del Santo indicò al monaco e figlio Atanasio che l’evangelista era sepolto di fianco le terme di Velia. Il religioso si affrettò prima a disseppellirle e poi a nasconderle in una mesopotamica cappella tra il fiume Alento e il Palinuro nei pressi di Casalvelino: Costantinopoli, capitale delle religiose spoglie, avrebbe ben pagato le sacre reliquie. Fu proprio la tempesta a fermare due volte l’avidità di quell’uomo. L’asceta dovette arrendersi ormai stanato dal vescovo che lo accontentò ad ogni modo di un dente.
Continuò così la Translatio sancti Mathei che dalle mani di quel vescovo Giovanni passarono nel 954 d.C a quelle di Bernardo alto prelato della Città di Salerno. Fu ordinato da Gisulfo I che voleva dare ancor più prestigio a una città che delle terre pestane aveva già usurpato il nome del Golfo dove Odisseo, sempre nella tempesta, fu incantato dalle Sirene.
La città accolse il Santo con grande gioia: forse gelosi, forsi preoccupati - i salernitani nascosero così bene quel tesoro da dimenticarsene. Fu solo Alfano I a ritrovarle quasi un millennio dopo: intento a demolire l’antica Cattedrale di di Santa Maria degli Angeli, ritrovò le spoglie del Santo evangelista senza un dente. Papa Gregorio VII apprezzò da Roma il ritrovamento con una lettera ben documentata. Fu l’occasione per chiedere a Roberto Il Guiscardo che venisse eretto un nuovo tempio della Fede degno del ritrovamento. La Cattedrale fu completata nel 1084.
Ma Matteo ebbe bisogno di un’altra tempesta ancora per essere riconosciuto definitivamente patrono della Città di Ippocrate e subentrare ai Santi Martiri che ora lo seguono in processione. È come se i figli di Esculapio avessero bisogno di comprendere delle nuove cose solo attraverso i fulmini di Giove e le tempeste di Poseidone.
Accadde tutto durante un giorno terso e caldo di un 27 giugno 1544. La città intenta a scoprire le prime calure dell’estate dovette cedere ad una nuova preoccupazione: all’orizzonte la flotta del celebre corsaro ottomano Khair-ed-Din, il Barbarossa, minacciava le coste del golfo.
Le campane risuonarono tra i mari e i monti segnalandoil pericolo, alcuni presero a correre in salita cercando rifugio in barba all’afa che già li avvolgeva. La Cattedrale posta a metà in quel percorso spontaneo divenne presidio di preghiera, si chiese al Santo esattore un miracolo che salvasse la Città dai mali che esordivano aldilà del confine con il cielo.
Sembrò che Matteo aspettasse questo momento da cinque secoli. Una tempesta, appunto, imperversò fulminea sullo specchio di mare dove la flotta avanzava arcigna: le onde, il vento e la pioggia furono soldati di una battaglia che lo vide vincitore tra le parole “Salerno è mia e io la Difendo”. La città fu in estasi e San Matteo trovò posto nello stemma di quella città di mare che fino a pochi secoli fa lo portava in processione per due volte l’anno.
Negli ultimi duemila anni i salernitani nelle tempeste hanno sacrificato molto ma hanno poi sempre ottenuto qualcosa in cambio.
Tra i nubifragi abbiamo smarrito amori, sogni, case e pezzi enormi della dotta storia ma il popolo resiliente è stato anche ripagato in qualche modo delle violenze tremende che si è trovato a subire dai cieli.
Fu una tempesta a far naufragare la Testa di Apollo e la tempesta imperversava quando la Scuola Medica fu fondata dai quattro cosmopoliti medici; fu ancora una burrasca a portare tra le mani di un muratore sulla spiaggia di Sant’Agostino la tela della Vergine di Costantinopoli.
Il popolo salernitano si trova ancora nelle avversità tra forti venti in alto mare.
Ma ancora una volta abituati alla tempesta, tra fede, paganesimo e superstizione, possa Salerno ritrovare in sé stessa, nelle sue tradizioni, la scintilla animatrice e possa un nuovo Prometeo ispirarsi ai suoi fasti meravigliosi e restituirle quel tempio della Sapienza, che un Re straniero sacrilegamente chiuse, senza misurare né le antiche sue benemerenze, né la gloria della quale si era circondata.
Daniele Tabatabie



